Ultima modifica: 21 giugno 2017

Certi giorni va meglio, certi giorni va peggio

Il giorno delle visite dei genitori, Emma mi ha invitato ad andare nella scuola dove lavorava. I bambini avevano problemi che andavano da difficoltà nel linguaggio a disturbi emotivi. Si trovavano ad affrontare una serie di ostacoli all’apprendimento quotidiano, faticavano a raggiungere livelli basilari di consapevolezza, a capire, a mettere le parole nella giusta sequenza, ad acquisire esperienza, a rimanere attenti e trattenere le informazioni, a scoprire le cose.


Ero appoggiato a una parete in una stanza piena di bambini, maschi e femmine, seduti attorno a un lungo tavolo con libri da colorare e giochi vari. I genitori si aggiravano chiacchierando per la sala e c’era motivo per sorridere. I bambini erano vivaci e impegnati a scrivere storie e disegnare animali, perlomeno quelli che erano in grado di farlo, e io guardavo e ascoltavo, cercando di percepire qualcosa delle vite che si stavano svolgendo in quello spensierato scompiglio di vocine che si sovrapponevano e di corpi adulti che incombevano lí attorno.
Emma mi è venuta vicino facendo un cenno a una bambina accucciata sopra un puzzle, una bambina che aveva paura di fare anche un solo passo da qui a lí, da un minuto all’altro, e che aveva bisogno di parole di sostegno e spesso di una spintarella. Certi giorni va meglio, certi giorni va peggio, ha detto Emma, e questa frase mi sarebbe rimasta impressa. Ogni disturbo aveva il suo acronimo, ma lei ha detto che non li usava. C’è il bambino in fondo al tavolo che non ha i controlli motori necessari per pronunciare parole intelligibili. Non esiste niente di naturale. I fonemi, le sillabe, il tono muscolare, l’azione della lingua, le labbra, le mandibole, il palato. L’acronimo è Cas, ha detto, ma non ha specificato per cosa stavano le lettere. Le sembrava un sintomo del disturbo stesso.
Presto è tornata fra i bambini. La sua autorità spiccava, come la fiducia nelle proprie capacità, anche nei momenti di gentilezza, mentre parlava, sussurrava, spostava un pezzo sul tabellone di un gioco o semplicemente guardava un bambino o parlava con un genitore. Ovunque nella stanza regnava un fermento carico di gioia, ma io mi sentivo paralizzato contro quella parete. Cercavo di immaginare uno di quei bambini, questo o quello, chi non era in grado di riconoscere le forme e i disegni, chi non riusciva a rimanere attento o a seguire nemmeno le piú semplici istruzioni impartite oralmente. Guarda il bambino con l’abbecedario illustrato, cerca di vederlo alla fine della giornata, sullo scuolabus, mentre parla con gli altri bambini o guarda fuori dal finestrino e chiediti cos’è che vede e in che modo è diverso da quello che vede l’autista, o da quello che vedono gli altri bambini, e com’è incontrare sua madre o suo padre o un fratello o una sorella maggiore o la tata o la governante che lo aspettano all’angolo tra questa via e quel viale. Niente di tutto questo mi ha fatto entrare nella sua vita.
Ma perché avrebbe dovuto? Come poteva essere possibile? C’erano altri bambini in altre aule, alcuni li avevo visti prima girare per i corridoi guidati verso un’aula da un genitore o un altro parente. Gli adulti. Riusciranno alcuni di questi bambini ad avventurarsi nell’età adulta, a diventare grandi per aspetto e per comportamento, capaci di comprarsi un cappello, attraversare una strada? Guardavo la bambina che non riusciva a fare un passo senza percepire un qualche pericolo predeterminato. Lei non era una metafora. I capelli castano chiaro, ora illuminati dal sole, le guance naturalmente bianche e rosse, lo sguardo attento, le mani piccole, sei anni, ho pensato, Annie, ho pensato, o forse Katie, e ho deciso di andarmene prima che lei finisse di giocare al gioco che aveva davanti, prima della fine della giornata dei genitori, prima che i bambini fossero liberi di passare all’attività successiva.
Giocare, compilare una lista, disegnare un cane, raccontare una storia, fare un passo.
Certi giorni va meglio, certi giorni va peggio.

Tratto dal libro di Don Delillo, Zero K, Einaudi

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